Cappella di S. Catello

 

Per fondazione, ad immemorabile, della famiglia Coppola.

Questa cappella fu realizzata, al posto dell’antica cappella del Crocifisso, durante i lavori d’ampliamento della Cattedrale voluti dal vescovo Vincenzo Maria Sarnelli.

Le cronache, infatti, ricordano che nell’anno 1879 iniziarono i lavori di questa nuova Cappella, su progetto dell’architetto Ignazio Rispoli e sotto la direzione dell’ing. Giovanni Rispoli.

Lo stuccatore della cappella fu il maestro stuccatore in lucido Paolo Amato, mentre la tettoia in tegole fu opera del maestro fabbricatore Nicola Esposito.

Entrando vi è prima un’anticappella o ambulacro ove, a destra, vi è il sepolcro marmoreo del vescovo Agostino D'Arco, inaugurato il 6 novembre 1967 e, a sinistra, quella del vescovo Francesco Saverio Petagna, opera dello scultore Mossuto, con iscrizione.

Più avanti, a sinistra una lapide di bronzo, su disegno di Vincenzo Galloppi, che ricorda l’eruzione del Vesuvio del 1906 ed il patrocinio ottenuto da San Catello in tale vicissitudine

Di fronte un’altra lapide, in marmo, che ricorda l’alluvione del 1764.

Prima di entrare nella Cappella vera e propria vi è un corridoio: a destra si va in sagrestia e a sinistra in canonica. In alto vi sono dei medaglioni che rappresentano i Vescovi stabiesi, opera del decoratore Giuseppe Lamonica di Gragnano. Entrando, poi, nella Cappella a sinistra, in una nicchia, si osserva una bella statua lignea dell'800 rappresentante San Clemente Papa.

Alle pareti laterali fanno bella mostra di sé due monumenti reliquiari, su cassettoni di legno dorato a forma di croce, realizzati su progetto di padre Brunone da Castellammare.

Nella cupola è rappresentata la Gloria de Santo. Nei cassettoni a volta i dodici apostoli in campo d'oro. Al lato degli archi nelle lunette triangolari sono effigiate le quattro virtù cardinali: la prudenza con lo specchio e un lume, la giustizia con la bilancia, la fortezza con scudo e spada e la temperanza che coglie la palma.

Ai lati dei due grandi finestroni a vetri colorati sono effigiati i quattro santi protettori della città: San Francesco d'Assisi, San Domenico, San Vincenzo e San Francesco Saverio. Tutti i dipinti sono del Paliotti.

Sull'altare l'antica statua lignea di San Catello, realizzata nel 1609 da un anonimo artista napoletano di nome Giovanbattista. Questa statua, in origine soltanto indorata, fu successivamente dipinta come oggi la vediamo. E’ portata in processione due volte all'anno: il 19 gennaio, festa del Santo, e la seconda domenica di maggio, con gran tripudio di popolo.

Cappella di San Catello

L'altare è di marmi fini e bronzo dorato. Sotto la mensa vi è un sarcofago paleocristiano del III secolo, che fu trovato sotto questa cappella durante i lavori di scavo. Rappresenta il Buon Pastore. Infatti " nel mezzo si vede scolpita una matrona in piedi con chitone e mantello; essa sostiene con le due mani un volumen; alla sinistra ha una ragazzina che porge una cassetta. Alle due estremità sono scolpiti due pastori: quello a sinistra è giovane e imberbe, quello a destra è d’età matura e quasi barbato. Portano sulle spalle un ariete. Questo sarcofago, in cui era sepolta una giovane cristiana di nome Cornelia Ferocia, è uno dei più antichi sarcofagi cristiani con il simbolo del Buon Pastore". ( F. Di Capua).

Sarcofago dei primi secoli del cristianesimo con il Buon Pastore

Ai lati dell'altare due opere di Francesco Filosa del 1957: a destra l'eruzione del Vesuvio del 1906 e a sinistra una scena della guerra del 1940 e in alto sull’arcosolio gli stemmi di mons. Petagna e mons. Sarnelli e sull'arco è scritto: POSUIT ME DOMINUS CUSTODEM POPULI MEI [trad. Il Signore pose me come custode del mio popolo.]

Nella volta sull'altare è dipinta la Madonna in mezzo agli angeli ; nel muro sopra l'arco d'ingresso alla cappella, in un gran quadro, è dipinta l'apparizione dell’arcangelo Michele a San Catello e Sant' Antonino sul monte Faito, opere di Vincenzo Paliotti.

 

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I testi sono tratti dall' opuscolo " La chiesa di S. Maria Assunta e S. Catello - Duomo di Castellammare di Stabia " del prof. Giuseppe D'Angelo, al quale va un particolare ringraziamento per il suo fattivo contributo